I koan – indovinelli privi di una soluzione sensata

Buddha nella nebbia e monaco buddista

I Kōan sono affermazioni o racconti che hanno lo scopo di far meditare l’ascoltatore su aspetti della vita poco conosciuti. Spesso sono senza sbocco e c’è chi trascorre una vita intera a interpretare un solo Kōan (1)

Un filosofo giunse un giorno da un maestro zen e gli disse: «Sono venuto a conoscere lo Zen, a capire quali sono i suoi principi e i suoi scopi».
«Posso offrirti una tazza di tè?» gli domandò il maestro. E iniziò a versare il tè da una teiera.
Quando la tazza fu colma, il maestro continuò a versare il liquido, che traboccò.
«Ma cosa fai?» sbottò il filosofo. «Non vedi che la tazza è piena?».
«Come questa tazza» disse il maestro «anche la tua mente è troppo piena di opinioni perché le si possa versare dentro qualcos’altro. Come posso spiegarti lo Zen, se prima non svuoti la tua tazza?».

Nella cultura orientale la meditazione riveste un ruolo chiave. Diverse parole entrate a far parte del vocabolario occidentale sono legate alla filosofia, al pensiero e all’introspezione.
Tra queste troviamo il Kōan, una forma particolare di «aiuto per la meditazione» che è nata all’interno del Buddhismo e che, al giorno d’oggi, viene usata anche per motivi terapeutici.

Nella pratica, il Kōan è un’affermazione, un indovinello o un racconto che ha lo scopo di rivelare un aspetto della vita poco conosciuto o di mettere chi lo ascolta nella condizioni di riflettere sulla propria consapevolezza. Detto in altri termini, è spesso un’affermazione che racchiude un paradosso, che cioè non ha una soluzione sensata e che pertanto porta l’ascoltatore a riflettere.

Sono Kōan affermazioni come le seguenti:
« Chi sono io? »
« Che suono ha il silenzio? »
« Qual è il significato della vita? »
« Come è nato Dio? »

L’esempio più famoso, anche se non di facile interpretazione, è il Kōan pronunciato dal maestro Zhàozhōu Cóngshěn a un suo discepolo. L’aneddoto afferma che un monaco pose questa domanda: «Un cane possiede la natura di Buddha?».
Il maestro rispose semplicemente: «!».
Il carattere con cui si scrive (in lingua giapponese Mu), che letteralmente significherebbe “no”, è in realtà composto da un carattere che si riferisce a un “fuoco” messo sotto a un covone di grano: nella dottrina zen significa «né esistenza, né non-esistenza».
Proprio questo significato è la chiave del Kōan, che porta il discepolo a chiedersi cosa significhi la risposta del maestro.

Esistono allievi di scuole che dedicano l’intera esistenza al pensiero di un solo Kōan, cercando non tanto la soluzione ma più che altro delle risposte “intermezze”: quesiti simili, spesso senza soluzione, portano infatti a farsi nuove domande che ci portano a riflettere.

A prima vista potrebbe sembra soltanto una filosofia che non porta a nulla, ma in verità è una tecnica usata anche a scopi psicologici. Non importa se non si arriva a una soluzione: l’uomo che riflette arriva in ogni caso a conoscere qualcosa in più su se stesso, a farsi delle nuove domande.
Non è un caso che Gustav Jung, uno dei padri della psicologia, abbia affermato che in quarant’anni non abbia mai avuto un paziente la cui preoccupazione non fosse la morte: le domande generiche che l’uomo si pone sono uguali per tutti.

Esempi di Kōan

Giardino zen a grandezza naturale

I Kōan non sono utili soltanto alla meditazione, ma anche nel campo della psicologie e per vincere gli attacchi di panico (2)

I seguenti Kōan sul tema della sopravvivenza sono stati presi dal manuale Surviving – Istruzioni di sopravvivenza individuale e di gruppo, di Enzo Maolucci e Alberto Salza. Il loro scopo è più che altro di vincere la paura e le fobie, situazioni dove la mente viene sopraffatta dal corpo, ma in ogni caso possono darci un’idea di come si costruisce una frase paradossale su cui riflettere.

La Terra è un ambiente ostile, non se ne esce vivi (Alberto Salza)

Dove nasce il pericolo maggiore, cresce anche ciò che può salvarci (Fiedrich Hölderlin)

Vivere è una malattia incurabile, sempre letale (Alfredo Ronchetta)

La tua morte è un fatto che non ti riguarda (Simone De Beauvoir)

I giovani muoiono di continuo (Mick Jagger)

I primi ottant’anni sono molto difficili. Poi muori, e tutto si sistema (proverbio greco)

Una vita in salute e sicurezza è solamente il modo più lento per morire (anonimo)

Gli uomini vivono per vivere, per non morire. Chi teme la morte è già morto (Carlo Michelstaedter)

Non c’è nulla di personale nella morte (Marco Aurelio)

Si passa sempre inconsapevoli l’anniversario della nostra morte (D.H. Lawrence)

Ogni giorno è sempre il primo della vita che ti resta (E. Maolucci)

Prendiamo l’ultima affermazione, di Maolucci, e analizziamola brevemente: «Ogni giorno è sempre il primo della vita che ti resta».
Non appena l’avete letta, probabilmente avrete cominciato a pensare al suo significato e, di conseguenza, vi sono venuti alla mente diversi altri significati “secondari”. Per fare un esempio, qualcuno potrebbe pensare all’ineluttabilità della morte, oppure al fatto che i giorni passati non possono più ritornare ed essere cambiati, o ancora che lo scopo dell’esistenza perde di significato davanti al tempo che inesorabilmente vi sta “rubando” giorni da vivere.

I Kōan non sono altro che questo: punti di partenza per riflettere sulla propria condizione. In pratica, una filosofia nella filosofia, che ci fa capire perché è tanto amata dalla religione buddista.

Fonti esterne

Surviving – Istruzioni di sopravvivenza individuale e di gruppo, di Enzo Maolucci e Alberto Salza

Il Kōan descritto su Wikipedia

Un articolo sui Kōan. L’autore del testo li studia da 17 anni

Copyright immagini

(1) http://onetimeinlife.wordpress.com/2013/01/18/real-buddhism/
(2) http://myriammahiques.blogspot.it/2011/07/from-zen-garden.html

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