Gli animali hanno una coscienza: cosa significa? [parte 2]

Branco di delfini che nuotano nell'oceano

I delfini stanno riservando enormi sorprese: sanno fare di conto, comunicano tra loro in un modo inaspettato e hanno coscienza di sé e del proprio corpo [1]

Coscienza
Dal latino conscientia, derivato di conscire, “essere consapevole” (composto di cum, “con”, e scire, “sapere, conoscere”), il termine indica in generale la consapevolezza che il soggetto ha di sé e dei propri contenuti mentali, del complesso delle proprie attività interiori e degli oggetti cui queste attività si rivolgono.
[…]
Si tratta di un sapere che accompagna la nostra esperienza quotidiana, e grazie al quale siamo in grado di discernere il senso e il valore di azioni o di condotte, proprie e altrui.

Fonte: Treccani

Nella prima parte ho presentato i risultati della conferenza di Cambridge, dove un gruppo di scienziati specializzato è arrivato alla conclusione che gli animali devono essere dotati di una coscienza simile a quella dell’uomo.

>>>prima parte: “Gli animali hanno una coscienza: la scienza lo conferma con una dichiarazione scritta”

L’evoluzione, naturalmente, ha dato all’essere umano una presa di coscienza più spiccata: ma i risultati della conferenza ci dicono che una coscienza paritaria potrebbe presentarsi anche negli animali qualora fossero posti nelle stesse sue condizioni evolutive. Ovvero, la coscienza di “tipo umano” potrebbe essere latente nell’animale, in attesa di essere sviluppata.

Il punto è che l’animale è dotato di coscienza. Cosa significa e quali possono essere le conseguenze di questa affermazione?

Le conseguenze di una coscienza animale

Volpe nell'erba alta

In una conferenza gli scienziati hanno dichiarato che gli animali sono dotati di coscienza. Una coscienza può dare agli animali il diritto di essere trattati da essere umani? [2]

Questo secondo punto non è stato valutato dalla conferenza, ma deriva da questa.

La domanda principale è: cosa cambia se agli animali è attribuita la coscienza?
Avere una coscienza significa essere vivi e consapevoli di sé, significa distinguere il giusto dallo sbagliato (che sono poi condizioni in parte soggettive). Significa possedere quindi diritti e dovere.

Attribuendo una coscienza agli animali, gli attribuiamo anche diritti simili all’uomo: li poniamo, in pratica, a un livello molto simile a quello dell’essere umano.
Con tutto quello che comporta: il diritto alla libertà, il diritto all’autoconservazione, il diritto a non essere minacciato, ecc. Dal punto di vista pratico, se ne prendiamo atto, è un balzo enorme e assolutamente nuovo, perché a eccezione di casi rari mai nella storia l’uomo ha considerato l’animale con un essere vivente da rispettare al suo pari.

In definitiva, se ogni essere umano è unico e particolare, allora lo è anche ogni animale (sul perché l’uomo sia unico ne abbiamo già discusso in un altro articolo).

È davvero possibile paragonare l’uomo con l’animale?

Scimpanzè culla il piccolo

L’essere umano è un animale evoluto. È giusto considerarlo ancora “animale”? [3]

Innanzitutto, sottolineiamo che gli scienziati parlano sempre di “animali umani” e “animali non-umani”. Dal punto di vista dell’evoluzione, infatti, gli uomini non sono altro che animali che hanno ottenuto una «spinta in più». Questo significa che alla base eravamo identici a loro e solo in seguito siamo progrediti.

Già a questo punto sarebbe normale porci un dubbio: se l’uomo ha una base simile agli animali, perché anche gli animali non potrebbero essere dotati di coscienza?
Lo dice anche il risultato della conferenza: gli esperimenti hanno dimostrato che insetti e polpi sottoposti agli stessi stimoli provati sull’uomo danno gli stessi risultati. In pratica, la capacità di prendere decisioni e di provare sensazioni può essere alterata allo stesso modo tanto nell’uomo quanto negli animali.

Nella pratica, la capacità di imporsi sugli animali ha fatto – e continua a far – credere all’uomo di essere speciale e di possedere qualità nettamente superiori, diciamo quasi “divine” (non per niente nelle religioni gli déi sono sempre antropomorfi).
In effetti, gli strumenti che possiede lo rendono capace di vita e di morte su praticamente qualsiasi cosa, animata o meno che sia. L’animale è quindi visto come un alimento, un oggetto vagamente vivo.

Ma la questione è un’altra: stiamo parlando di coscienza, e non ha niente a che fare con il fatto di essere superiori o meno. Prendete i popoli che vivono ancora allo stato primitivo: riescono a costruire e a distruggere molto meno rispetto ai cittadini di una metropoli. Questo li rende forse privi di coscienza?

Ami gli animali? Allora non dovresti averne

Lupo in riposo

L’uomo non riuscirà mai a vedere l’animale come un suo pari, ma può imparare a rispettarlo come se lo fosse [4]

E’ facile immaginare che l’uomo non considererà mai l’animale al suo pari – come d’altronde ogni specie animale, probabilmente, considera se stessa al di sopra delle altre – anche perché tra loro c’è un problema difficile da risolvere: la comunicazione verbale.
E’ il motivo per cui, anche chi rispetta gli animali, è convinto che sia meglio per un cane vivere in casa come cucciolo domestico anziché di essere lasciato libero, privo di vincoli e della presenza dei suoi “amici-padroni”.

Quando prendete un cane, non è lui a scegliervi, siete voi a farlo: lo acquistate e lo allevate. O se è lui a scegliervi, lo fa perché è costretto da altre ragioni: fame, solitudine, maltrattamenti (di altri uomini). Se fosse libero di scorrazzare con il suo branco, pensate forse che avrebbe bisogno di vivere con un essere umano, cioè con qualcuno che non è un suo simile? Dopotutto, è quello che fanno i lupi, la forma più atavica dell’attuale Canis lupus familiaris.

Qualcuno potrebbe obiettare che è meglio prendere un cane a casa anziché lasciarlo randagio o al canile in solitudine. Abbiamo visto bene, d’altronde, quanto è esteso e spaventoso il fenomeno della «tratta dei cani e dei gatti».
Vero: ma non è forse il nostro desiderio di “possedere” un cane ad aver creato i presupposti per gli abbandoni, il randagismo e la loro mancanza di libertà, fino a portarli al punto di non riuscire più a vivere senza i loro padroni? Non siamo forse stati noi a separare il cane dal lupo, che si sicuro se la cava benissimo nel suo branco? O, in tempi più moderni, non siamo stati noi a selezionare razze che non riescono più a sopravvivere da sole?

E’ diffusa l’idea che il cane stia bene con l’uomo per sua natura. Nessun gene – di nessuna specie vivente – spinge un animale a vivere con un’altra specie animale se non ne è costretto.
Ho parlato del cane perché è la creatura domestica più diffusa, ma il discorso vale per qualsiasi animale.
Provate a immaginare di essere presi sotto la “protezione” di un gorilla e di essere da lui “allevato amorevolmente”, costretti a vivere nel suo branco, e forse avrete un’idea di cosa significhi diventare un animale domestico «trattato bene».

Vi sembra un’affermazione forte o irragionevole? Senz’altro: dopotutto va contro il pensiero dell’essere umano. Ecco perché sono convinto che non esisterà mai un mondo in cui uomo e animale possano convivere sullo stesso piano.

Resta il fatto che rendersi conto di avere a fianco qualcosa (qualcuno) di vivo e cosciente potrebbe cambiare radicalmente il nostro punto di vista, a porci qualche dubbio e forse persino ad aumentare il rispetto per una forma di vita diversa da quella degli uomini.

Copyright immagini

[1] http://ainaparamkamalkaur.com/
[2] http://matthewwills.com/2010/04/page/2/
[3] http://www.wildchimpanzees.org/press/photo03.php
[4] http://shamanmysticsdreamingofapaganearth.wordpress.com/

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