Chi ha visto le precedenti creazioni di Tim Burton, come La sposa cadavere del 2005 e Alice in Wonderland del 2010, si rende subito conto che 9 è imbevuto dal primo all’ultimo minuto dello stesso stile: atmosfere in parte cupe, sicuramente desolate e con una sorta di malinconia sospesa. E con qualche metafora e significato nascosti. Non a caso la sua uscita in America è stata il 9 settembre 2009 (9/9/09).
Sia chiaro: non è interamente farina del sacco di Tim Burton. Deriva da un cortometraggio del 2005 di Shane Acker (il regista del film) che aveva lo stesso titolo e che nel 2006 fu nominato al premio oscar. Il merito di Burton è stato di riscoprirlo e di metterci lo zampino.
La trama di questo film si descrive in poche parole, ma per capirlo fino in fondo bisogna scendere un attimo nei dettagli.
L’ambientazione è post-apocalittica, in un periodo in cui l’uomo ha esagerato con l’uso della tecnologia (che naturalmente ha impiegato in ambito militare) e ha scatenato un’intelligenza artificiale che non è riuscito a gestire. L’egoismo umano è reso con la solita crudezza di molti altri film, ma qui il regista Shane Acker non calca troppo la mano: la mostra in pochi fotogrammi, come se fosse un’emozione inevitabile, e tratta l’uomo come se fosse un automa che non può controllare i suoi istinti.
Dopotutto i protagonisti e veri contenitori di sentimenti sono i nove pupazzi da cui viene preso il titolo. Lo scienziato che li ha creati è lo stesso che ha dato vita al robot da dove è poi partita l’apocalisse. Mentre quest’ultimo è l’espressione del suo cervello, nei pupazzi ha infuso frammenti della sua anima. Come dire, una lotta interna tra la razionalità e la morale.
Io vedo un chiaro riferimento a Albert Einstein e alla bomba atomica: un genio che crea qualcosa di straordinario per fini utili ma che impiega come arma, e il suo desiderio di riscattarsi per avere involontariamente provocato una catastrofe. Per rubare le parole allo stesso Einstein: «Non so come verrà combattuta la terza guerra mondiale, ma la quarta verrà combattuta con i sassi e con le pietre».
E infatti di sassi e pietre si tratta. La tecnologia è scomparsa, l’uomo anche, e le uniche forma di vita coscienti sembrano essere il robot distruttore e le bambole di pezza. Ognuna ha una propria personalità e viene chiamata con il numero che la caratterizza. Ognuna, inoltre, rappresenta un aspetto dell’anima che lo scienziato ha infuso in loro poco prima della sua morte.
1 è il più anziano e leader imposto del gruppo, ossessionato dal bisogno di nascondere se stesso e i suoi compagni dalla “bestia” meccanica. E’ testardo, irritabile e non accetta idee diverse dalle proprie.
Si avvale dell’energico 8 per imporsi. La forza enorme compensa la mancanza di intelligenza, e ben si associa all’ottusità di 1.
2 è l’inventore, la parte più attiva e pragmatica del professore. Shane Acker l’ha definito “un vecchio lupo di mare”. Si contrappone probabilmente a 6, un apparente pazzo che trascorre il tempo a dipingere un simbolo misterioso, lato più artistico che vede il mondo sotto un punto di vista diverso rispetto ai compagni.
3 e 4, i pupazzi gemelli, sono degli archivisti e catturano ogni particolare, ma non hanno il dono della parola. Sono la curiosità e il mistero tipici di uno scienziato.
5 è il curatore. Cieco di un occhio, ha un carattere remissivo, renitente e leale. E’ la fede dello scienziato.
7, la parte femminile e più dinamica dell’anima, darà una smossa alla paura e permetterà al gruppo di uscire dal suo bozzolo. Rappresenta il coraggio, la tenacia, e per contrasto anche il lato femminile che ogni uomo possiede.
Infine c’è 9. Ultimo della serie, ha avuto l’onere di iniziare la rivoluzione contro la macchina e di spingere i suoi compagni ad avere dei dubbi sullo scopo della loro esistenza. E’ l’umanità dello scienziato, disposto a mettere a repentaglio la sua esistenza pur di conoscere il significato della vita e il suo scopo.
Per quanto la trama di base non sia innovativa, vale la pena di vedere questo film tanto per l’atmosfera (se si è amanti del genere) quanto per le domande inespresse che lascia sulla punta della lingua.
Niente di complicato, ma è dal semplice che vengono fuori i maggiori capolavori.
Ambientazione:Â

Spoglia e dai colori uniformi, rende bene l’idea di desolazione e di mancanza. Suggestiva e inquietante l’immagine della bambola gigante lasciata nell’abbandono.
Sonoro:

La musica spesso assente aumenta il senso di realismo e permette di avvertire meglio i rumori dell’ambiente.
Trama:

L’idea del mondo post-apocalittico è abusata. Più particolare è la storia delle bambole viste come frammenti dell’anima di uno scienziato ormai scomparso.
Cast:

La costruzione interamente digitale dei pupazzi è perfetta. Anche la traduzione italiana è ben riuscita.
Valutazione complessiva: 7/10
cortometraggio originale del 2005 (in inglese)
sito ufficiale
galleria fotografica
recensione su Thinkcreative (con visione diretta del cortometraggio originale)






















![Lo spazio e il tempo sono inseparabili e devono essere considerati come una sola entità [fonte immagine: http://umsoi.org/wp-content/uploads/2010/01/farfalla.jpg]](http://www.manuelmarangoni.it/onemind/wp-content/uploads/2011/02/Spazio-e-tempo-sono-inseparabili-150x150.jpg)









