Gli automi sono indispensabili per aprirci la strada verso lo spazio più lontano. Senza di loro, per noi sarà impossibile colonizzare dei nuovi pianeti [@01]

Lo spazio è un ambiente ostile per gli esseri umani, su questo c’è poco da sindacare. Persino con la tecnologia che oggi abbiamo a disposizione, una lunga permanenza nello spazio provocherebbe dei danni quasi certi alla fertilità degli astronauti.

Le difficoltà di un viaggio spaziale sono così tante che a malapena riusciamo a capire quali potrebbero essere le reali conseguenze sul corpo e sulla psicologia umani. Forse un giorno le nanotecnologie potranno esserci d’aiuto, spingendoci oltre i nostri limiti e trasformandoci in creature più adatte allo spazio, ma se anche dovesse succedere questo scenario richiederà ancora qualche decennio (più probabilmente qualche secolo).

Il problema politico ed economico

Il problema di colonizzare nuovi pianeti non è legato solo alla nostra natura di terrestri, ma anche alla politica. Anche se avremmo già a disposizione i mezzi e le idee per dare inizio a una corsa allo spazio (o per costruire, per esempio, delle stazioni spaziali) manca la volontà di farlo da parte delle Nazioni e dobbiamo affidarci ai privati per realizzare qualcosa “di veloce”.

La conseguenza è che la colonizzazione allo spazio sta procedendo lentamente, troppo lentamente, e potrebbe bloccarsi all’improvviso per colpa di una decisione. Inoltre, questi continui rallentamenti ci impediscono di concentrarci sul tipo di tecnologia che sarebbe indispensabile per le future colonizzazioni.

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Noam Chomsky, famoso attivista e linguista, dà una definizione secca su cosa sia il razzismo e perché sia tanto diffuso nel mondo moderno [@01]

Che il razzismo sia sempre esistito, non è un segreto. La paura nei confronti del “diverso” si tramanda da generazioni sin dai tempi dei nostri primi antenati, quando chiunque non appartenesse al proprio clan rappresentava un potenziale pericolo.

Oggi il razzismo non ha senso di esistere ed è sufficiente un po’ di logica per capire i motivi, soprattutto considerando la globalizzazione che sta uniformando le culture, ma è a tal punto radicato nel nostro cervello che persino il più aperto di pensiero prima o poi si trova a provare del disagio accanto a uno straniero. La differenza sta, appunto, nel modo in cui affrontiamo questo disagio.

Chi è Noam Chomsky

Noam Chomsky è un famoso linguista e un opinionista che ha scritto decine di saggi, molto attivo in campo politico. È noto per la sua vasta conoscenza sui motivi storici che hanno portato certe Nazioni ad arricchirsi a danno di altri Stati, che spesso sono stati ridotti alla povertà assoluta (con tutte le conseguenze che ne derivano). Anche se a volte le sue critiche sono aspre e mirate quasi sempre contro il governo degli Stati Uniti, è un uomo che parla dopo essersi informato e in ogni caso ha un’ampia cultura alle spalle.

Nel suo libro Così va il mondo, dà una propria interpretazione sull’origine del razzismo che ha attirato particolarmente il mio interesse. Innanzitutto, fa un riassunto della situazione del mondo molto chiaro e quindi dà una propria idea sul perché il razzismo sia così radicato.

Riporto il capitolo passo per passo assieme alle domande che gli vengono poste. La suddivisione in due sezioni è mia per rendere la lettura più scorrevole e sono mie anche le parti evidenziate in grassetto, ma il testo del libro non è stato alterato. Se non avete tempo di leggerlo tutto, date almeno un’occhiata alla domanda finale.

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Lettura di un libro in mezzo al verde. Primo piano sul libro e sulle mani
Leggere sviluppa la memoria, l’empatia, il senso critico e attiva aree del cervello che di solito non usiamo [@01]

[Questo articolo è comparso per la prima volta su Scrivere Libri]

Che leggere faccia bene lo sappiamo e non solo perché ce lo dicono gli esperti di neuroscienza: ce ne rendiamo conto per le sensazioni che proviamo sul momento e per quello che ci resta in seguito. Forse però non ci accorgiamo di quali effetti positivi abbia un libro sul nostro cervello e per quanto tempo si prolunghino.

Anche se non sappiamo di preciso la durata, ci sono stati studi sul campo che hanno dimostrato come i risultati si protraggano per giorni; e questo non dipende da cosa si legge, sebbene gli effetti migliori si abbiano sui nostri libri preferiti.

Ho raccolto numerose fonti sugli effetti della lettura e ho riassunto i punti qui sotto. La conclusione è evidente: leggere fa bene, non è un luogo comune, e vista la sua importanza il consiglio è di mettere un libro tra le mani di vostro figlio già da piccolo, partendo dalle favole illustrate. Con il tempo ci penserà da solo a coltivare la sua passione!

Combatte lo stress

I ricercatori dell’Università del Sussex hanno concluso che con 6 minuti di lettura al giorno possiamo ridurre lo stress addirittura del 68%. È un effetto persino più potente della musica (riduce lo stress del 61%) o di una passeggiata benefica (42%).

Il motivo? La lettura inganna il nostro corpo, perché porta il cervello ha concentrarsi meno sui muscoli e sui nervi e quindi a rilassarsi.

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Quarto di Luna con campo e uomo in silhouette
Secondo la tradizione la Luna influenza l’agricoltura, le nascite, la crescita dei capelli e le mestruazioni. Ma gli studi scientifici dimostrano il contrario [@01]

La Luna ha sempre avuto un fascino particolare agli occhi dei popoli. L’abbiamo usata per misurare lo scorrere del tempo, per scacciare il buio della notte, per scrivere poesie, per creare miti simili a splendide favole, per sognare di colonizzare lo spazio quando Neil Armstrong ha messo piede sul suo terreno per la prima volta nel 1969.

Video – Le leggende metropolitane sulla Luna

In questo video di Adrian Fartade trovate buona parte degli argomenti che riassumo nell’articolo. Adrian è uno YouTuber e un ottimo divulgatore di scienza, in particolare astronomica, e spesso analizza in dettaglio alcune delle leggende metropolitane più diffuse.

Se non avete tempo di guardarvi l’intero video, potete saltare l’introduzione e iniziare dal minuto 24, dove Adrian inizia a elencare i vari luoghi comuni legati alla Luna e gli studi che li riguardano.

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Donna regge un busto di uomo trasparente
L’incertezza politica, l’esclusione sociale e la ricchezza in mano a pochi hanno instaurato una paura liquida nei cittadini, che non è facile da definire e da affrontare [@01]

In due precedenti articoli abbiamo visto che cos’è la paura e cosa succede al nostro corpo quando proviamo paura. Massimo Picozzi, psichiatra e criminologo, fa un ulteriore passo avanti e distingue due tipi di timori: la paura innata e la paura liquida.

La paura innata

Sulla «paura innata» abbiamo già parlato: come dice il nome, ce la portiamo appresso dalla nascita ed è il retaggio della nostra evoluzione. Visto che la nostra mente possiede ancora una parte istintiva e primitiva, proviamo ancora paura davanti a elementi che un tempo spaventavano i nostri antenati e che oggi sono spesso innocui: rumori improvvisi, il buio, il volto degli estranei.

La nostra mente, però, ha anche un lato razionale, per cui quando cresciamo e iniziamo a comprendere il mondo che ci circonda, buona parte delle paure dei bambini spariscono per lasciare il posto a nuovi timori. Per esempio, il terrore verso gli animali si concentra tra i 2 e i 4 anni e diminuisce verso gli 11 anni; e la paura del buio e degli “spiriti” che si nascondono all’interno è più forte dai 4 ai 6 anni.

Negli adulti subentrano invece i timori più complessi: la solitudine, la salute, l’insicurezza economica. E qui ci agganciamo all’altro tipo di paura, quella liquida.

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Breakthrough Starshot - Laser contro le vele
Grazie a potenti laser, potremmo spingere delle nanonavi grandi come un pollice a un quinto della velocità della luce ed esplorare sistemi stellari lontani [@01]

Si chiama «Breakthrough Starshot» ed è un progetto straordinario che promette di inviare nello spazio delle nanonavi grandi come un pollice, capaci di raggiungere sistemi stellari lontani in pochi anni viaggiando a un quinto della velocità della luce.

Il programma risale al 2016 e per farvi capire quanto sia preso in seria considerazione è sufficiente citare le persone che hanno voluto in qualche modo parteciparvi o mettere la faccia: Stephen Hawking e Mark Zuckerberg, fondatore di Facebook, hanno appoggiato pubblicamente il progetto, mentre l’ex fisico Yuri Milner vi ha investito personalmente ben 100 milioni di dollari.

Nanonavi, vele e cannoni laser

Vele per sfruttare la luce del Sole

L’idea non è nuova, perché già in passato si era parlato di «vele solari», cioè di attaccare alle astronavi delle enormi vele e di spingerle verso una direzione nello spazio usando un laser sparato dalla Terra o sfruttando il vento solare (cioè la luce del Sole).

Nel secondo caso i costi per lo spostamento sarebbero ridotti a zero, perché la luce del Sole è gratuita: i fotoni (le particelle che formano la luce) esercitano una minuscola pressione quando colpiscono un oggetto, per cui possono spingere le vele nel senso opposto del Sole. Il problema caso mai è nei costi necessari per realizzare le enormi vele e i corpi a cui sono ancorate.

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Greta Thunberg al COP24. Com’era già successo in passato, i giovani si mostrano più maturi sulle tematiche sociali e ambientali rispetto ai governanti delle Nazioni, che agiscono solo per un interesse economico e politico [@01]

Lo aveva fatto Severn Suzuki nel lontano 1992 e lo ripete oggi Greta Thunberg, un’altra giovane studentessa proveniente dalla Svezia: un discorso pubblico che attacca i governanti di tutte le Nazioni, insultandoli per la loro inefficienza e per il fatto di continuare a parlare senza mettere in atto le loro promesse.

L’argomento è il cambiamento climatico che ha raggiunto livelli preoccupanti negli ultimi anni e che continuerà a peggiorare nel prossimo futuro, con il rischio di arrivare a un punto di non ritorno. I climatologi ne parlano così spesso che ormai la gente è tanto assuefatta dal tema che nemmeno si rende conto della gravità della situazione. Ma i dati raccolti parlano chiaro, nonostante siano in molti a volerli ignorare (per ignoranza o per motivi egoistici).

Il succo del discorso, che potete leggere o ascoltare per intero più sotto, è questo: chi è al potere avrebbe i mezzi per agire per conto del popolo, ma preferisce anteporre gli interessi economici e politici al futuro delle generazioni; peggio ancora, molti dei governanti preferiscono chiudere gli occhi del tutto o addirittura negare l’evidenza dei dati che mostrano un chiaro peggioramento del clima.

In queste condizioni è davvero imbarazzante che sia una ragazzina a puntualizzare la verità.

Chi è Greta Thunberg e cos’è la COP24

Nel suo discorso, Greta ha dichiarato apertamente la sua sfiducia nei confronti dei politici, che parlano secondo fini economici senza mantenere le promesse [@02]

Wikipedia le ha già dedicato una pagina nella versione inglese e il Time l’ha inserita nella lista tra le 25 teenager più influenti al mondo del 2018. Nata nel 2003, Greta ha già dimostrato il suo carattere di attivista ambientale con degli scioperi, piazzandosi davanti al Parlamento di Stoccolma a settembre e parlando a una folla durante una protesta a Helsinki.

Oggi, a 15 anni, è tornata a far sentire la sua voce dopo la fine della COP24 di Katowice. La COP («Conference Of the Parties») è una riunione dedicata ai cambiamenti climatici che si tiene periodicamente tra i governanti della varie Nazioni: si era già tenuta due volte in Polonia, nel 2008 e nel 2013, e quest’anno la sede è stata a Katowice, nella Polonia meridionale.

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Il gaslighting è una strategia di manipolazione mentale per spingere la vittima a dubitare della sua memoria e delle sue percezioni [@01]

Immaginate di aver passato una serata al cinema con degli amici e di aver pagato voi in anticipo i costi del biglietto. Tutti i vostri amici hanno poi saldato il debito, a parte uno: lo incontrate qualche giorno dopo e gli fate notare che deve ancora pagarvi. Lui però afferma di avervi già pagato insieme agli altri.

Voi insistete per principio, siete sicuri di non aver ricevuto denaro, eppure il vostro amico sembra convinto di aver pagato. Il dubbio che siate voi in torto comincia a insinuarsi nella vostra testa.

Questa forma di manipolazione mentale si chiama «gaslighting» («luce a gas»): è una sottile strategia per insinuare il dubbio sulla memoria o sulla percezione di un soggetto. Anche se la vittima era certa al 100% di essere nel giusto, l’insistenza e l’atteggiamento convinto dell’altro la porta ad avere dei dubbi, a credere che dopotutto potrebbe anche essere vero l’opposto.

Una violenza psicologica

Chi attua il gaslighting è spesso un sociopatico o comunque una persona abituata a mentire. Può succedere tra partner, sul lavoro o anche tra cariche pubbliche (per esempio nella sfera politica) [@02]

L’esempio appena fatto è innocuo, al massimo arrivate a perdere qualche euro, ma il gaslighting potrebbe essere usato per questioni più gravi. Il caso di abuso più frequente è far credere, dopo una discussione, di non aver detto certe frasi che la vittima è sicura di aver sentito.

Può succedere tra partner, tra amici (che non sono dei veri amici, a questo punto…), tra colleghi di lavoro in un ambiente competitivo. In gran parte dei casi il manipolatore è un sociopatico, perché è abituato a mentire e a non seguire le regole morali, e quindi per lui condizionare gli altri rappresenta un modo naturale per ottenere quello che vuole.

Quando l’altra persona in causa è più “potente”, come può esserlo il capo di un’azienda, non possiamo nemmeno ribellarci troppo a lungo e ci sentiamo ingiustamente manipolati. Se succede due, tre volte solo con noi e non con gli altri nostri colleghi, è ovvio che nascano dei dubbi sulla nostra sanità mentale.

Se si viene sottoposti a una manipolazione del genere prolungata nel tempo, la vittima comincia a non fidarsi più della propria memoria. Nei casi peggiori potrebbe impazzire, convinta che buona parte di quello che sente e ricorda non sia la verità. Arrivata a questo livello, la vittima si sente sottomessa al manipolatore, perché non è più sicura di sé stessa.

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Donna di spalle al colloquio di lavoro

A parità di ruoli le donne ricevono una paga inferiore. La causa principale non è il sessismo, ma una mentalità retrograda e l’idea che è la donna a doversi occupare dei figli [@01]

A parità di ruoli nel lavoro, in media la donna ha un guadagno orario inferiore all’uomo. Per esempio in Polonia guadagna 91 centesimi per ogni dollaro dell’uomo, in Israele 81 centesimi e in Corea del Sud solo 65 centesimi. Il dato sembrerebbe dimostrare che la donna viene discriminata perché «così deve essere»: infatti percepisce molto meno proprio in quei Paesi dove gode di minori diritti.

Si potrebbe pensare che una delle cause sia il differente livello di istruzione, visto che i lavori più remunerativi richiedono (in genere) delle conoscenze adeguate e che in molti Stati la donna non ha accesso alle stesse scuole maschili. Ma mentre fino a metà del ‘900 poteva essere una scusante valida, oggi non lo è più per i Paesi sviluppati, perché con i movimenti e le proteste di emancipazione la donna ha ottenuto pari opportunità scolastiche. Anzi, i dati sembrano dimostrare che spesso la donna ottiene voti migliori dei compagni di corso.

Cause culturali e… biologiche

Donna incinta seduta davanti alla tastiera

Molti imprenditori faticano ad assumere le giovani donne per timore che entrino in aspettativa, causando un inevitabile danno economico all’azienda [@02]

Un pensiero contorto duro a morire

In realtà la questione è complicata. Anche in quegli Stati dove uomini e donne godono di pari diritti, e dove la donna viene inquadrata allo stesso livello lavorativo dell’uomo, le disparità si assottigliano ma non scompaiono. Perché continua a essere discriminata in campo economico?

Il fatto è che da sempre il mondo del lavoro appartiene al maschio e l’idea si è così radicata nella società da diventare difficile da estirpare. I sondaggi mostrano che si tratta di un pensiero tanto maschile quanto femminile, per cui la discriminazione sessista in sé non c’entra. Un tempo la donna non usciva di casa, non lavorava e aveva una bassa istruzione con poche eccezioni degne di nota: la conseguenza è che la struttura del lavoro è stata creata a «misura di maschio» in cui d’istinto si immagina la donna non adatta a fare carriera.

Il sesso di nascita comunque ha un ruolo sempre più ridotto nella differenza di guadagni. Quello che incide di più è invece l’aspetto biologico.

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Hikikomori anime - Ragazzo nella stanza

Gli hikikomori sono individui, in genere giovani, che si autoescludono dal mondo, arrivando a vivere di notte pur di evitare le difficoltà e i rapporti sociali [@01]

«Hikikomori» è un termine giapponese che significa letteralmente «stare in disparte, isolarsi». Nello specifico deriva dalle due parole giapponesi hiku («tirare») e komoru («ritirarsi»): il significato è quindi qualcosa come «decidere di abbandonare e di ritirarsi».

Rappresenta infatti un fenomeno (piuttosto preoccupante) che si è sviluppato in Giappone, ma che si sta espandendo a macchia d’olio in ogni angolo del pianeta – Italia inclusa – in cui i giovani scelgono di isolarsi del tutto dalla vita sociale fino ad arrivare a condurre una vita nottura e spesso legata al web.

Sommario

Come si riconosce un hikikomori
L’identikit di un hikikomori
Essere un hikikomori è un problema?
Perché si ritira dal mondo?

È possibile guarire?
Come aiutare un hikikomori a uscirne

Come si riconosce un hikikomori

Hikikomori film - Screenshot

Gli hikikomori sono soprattutto il risultato di una società troppo competitiva e densa di difficoltà [@02]

Tutti noi conosciamo almeno un amico che preferisce stare in piedi fino a tardi, vivendo al pieno la notte e dormendo di giorno. L’hikikomori però va ben al di là del semplice desiderio di “godersi la notte”, perché per lui è una vera e propria esigenza.

Gran parte della gente, infatti, vive di giorno e sempre di giorno restano aperti i locali, le istituzioni, i ristoranti pieni di gente. L’hikikomori vuole allontanarsi da tutto questo e allora ritirarsi nella notte diventa il modo più facile per farlo (se non l’unico).

L’identikit di un hikikomori

Il giovane recluso ha in genere tra i 14 e i 30 anni e non studia né lavora. Di solito è di sesso maschile (ma il numero di ragazze è in crescita). È senza amici, parla a malapena con i genitori e si ritira per gran parte del giorno nella sua camera da letto. Il suo imperativo è: «evitare il confronto con l’esterno». L’unico modo che usa per interagire con il mondo è il computer e il cellulare, perché così non deve esporsi; infatti di solito usa dei falsi profili.

Spesso l’hikikomori presenta depressione e alcuni disturbi mentali evidenti, come il disturbo ossessivo-compulsivo (ne ho parlato in questo articolo). Inoltre circa la metà di loro sfoga la frustrazione con l’aggressività nei confronti dei genitori.

Secondo alcuni dati, in Giappone gli hikikomori hanno superato la strabiliante cifra di un milione di individui: stabilire un vero numero è impossibile, perché è difficile capire chi rientra davvero nel ruolo. Quello che si sa, purtroppo, è che i numeri stanno crescendo e si stanno allargando anche in Europa e in America. In Italia abbiamo già toccato i 100mila giovani, a tal punto che si sono create delle istituzioni apposite per diffondere l’allarme, tra cui la Hikikomori Italia [vedi le fonti a fine articolo].

Gli hikikomori sono il risultato del mondo moderno, dove quasi tutto può diventare accessibile attraverso il web e la tecnologia: dall’interazione sociale all’ordinare una pizza da mangiare e al farsi consegnare a casa dei nuovi vestiti. Se non è internet a provvedere, sono i genitori. Non è un caso che il fenomeno coinvolga gli Stati più sviluppati: figure come questa, infatti, non trovano spazio nei Paesi poveri dove è necessario darsi da fare per sopravvivere e di sicuro trovavano posto difficilmente in tempi antichi, quando bisognava per forza uscire per procurarsi di che vivere.

Può sembrare una contraddizione il fatto che solo il 10% circa degli hikikomori navighi sul web, preferendo invece leggere e oziare in camera; ma dal mio punto di vista è proprio la sicurezza moderna data dal benessere a permettere il dilagare del fenomeno, sia direttamente (con la tecnologia) e sia indirettamente (con i genitori benestanti che non hanno necessità di rendere il figlio indipendente).

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