I pirati? Esistono ancora nello Stretto di Malacca e sono all’avanguardia

Soldati in Malesia contro la pirateria

Nello Stretto di Malacca transita un quarto del greggio mondiale. È un luogo ideale per i pirati, aiutati dalle tecnologie e coperti dagli indigeni [@01: nella foto, soldati malesiani]

Lo Stretto di Malacca, cioè il passaggio nell’oceano che separa l’Indonesia dalla Malesia, è ancora infestato dai pirati. Attaccano anche piccole navi da crociera e turistiche, ma il loro obiettivo principale sono le petroliere.

Nel 2014 si sono registrati 48 attacchi, che sono saliti a ben 104 nel 2015. Ma la situazione sta migliorando grazie alla cooperazione tra gli Stati dello stretto: nel 2016 si è verificato un solo attacco.

Approfondimento

Lo Stretto di Malacca è una delle vie marittime più antiche del mondo e la principale per mettere in comunicazione l’Oceano Indiano e l’Oceano Pacifico. È lungo circa 800 km, ma nel punto più stretto è ampio appena 2,8 km: visto che il traffico è intenso, possono transitare solo navi con determinate dimensioni massime (valore stabilito dal Malaccamax).

Il petrolio è la vera attrazione

È qui che passa oltre un quarto del greggio spedito in tutto il mondo ed ecco spiegato perché avvengono spesso episodi di pirateria. I pirati continuano a sorvegliare le isole e le insenature, e quando trovano una nave rapinano l’equipaggio, rubano il petrolio e lo rivendono sul mercato nero.

Fermare i pirati non è semplice. Innanzitutto, gli indigeni locali li coprono: data la loro estrema povertà, sono dispositi a tutto pur di ricevere poche monete. In secondo luogo, i criminali dispongono di tecnologie avanzate e conoscono molto bene le coste.

Tuttavia un accordo tra Indonesia, Malesia e Singapore sembra sul punto di eliminare del tutto il fenomeno: nel 2016 si è registrato un solo attacco pirata.

Fonti principali

Focus Storia n. 131, di settembre 2017


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