L’antilingua italiana – Perché bisogna scrivere chiaro ed evitare le parole ricercate

Libri aperti sul tavolo con penna e libreria
L’uso di termini complicati invece dei più comuni appesantisce il testo e costringere il lettore a riguardarlo. Nei casi peggiori, lo rende incomprensibile [@01]

Date un’occhiata ai libri che avete in casa vostra e fate una valutazione: avete apprezzato di più i libri scorrevoli, che si sono fatti capire senza troppo sforzo, oppure le opere scritte in modo più ricercato che vi hanno obbligato spesso a una rilettura?

È una questione di gusti, alcuni preferiscono i “mattoni” alla semplicità, ma visto che siete voi stessi degli scrittori quello che dovete fare è immedesimarvi nella fetta di lettori più diffusa. E naturalmente, il lettore medio non ha nessuna voglia di scervellarsi quando deve capire una frase.

Questo principio è valido sia per i racconti, sia per i saggi, sia per le opere scientifiche e letterarie (e anche nel parlato). E dovrebbe essere valido persino per le tesi, le tesine e quant’altro. Ci possono essere delle rare eccezioni, se per esempio il libro è stato costruito apposta per contenere una vena “aulica”, però la norma dovrebbe essere che «il semplice è sempre preferibile al complicato». Dopotutto il nostro scopo è farci capire dai lettori, altrimenti cosa scriviamo a fare? Per ingigantire il nostro ego?

Termini da evitare

Prima di entrare nel vivo dell’argomento, vediamo un elenco di parole complicate che sarebbe il caso di sostituire con forme più semplici. In linea generale, dovreste usare le stesse parole del normale dialogo in famiglia o che rivolgete agli amici invece di cercare per forza dei termini alternativi.

La lista è solo una traccia e vale la pena di ricordare che le voci a sinistra non sono da evitare del tutto: vanno solo usate con parsimonia e/o quando servono, per esempio se abbiamo bisogno di un sinonimo o se la frase è troppo piena di termini con un suono simile. Quello che non dobbiamo fare è di usarle come “regola”.

  • acquistare => comprare
  • attendere => aspettare
  • comprendere => capire
  • condurre => portare
  • decesso => morte
  • effettuare => fare
  • ella => lei
  • eseguire una ricerca => cercare
  • giungere => arrivare
  • modalità => modi
  • molteplici => molti
  • orbene => dunque/quindi
  • recarsi => andare
  • risulta ovvio che… => è ovvio che…
  • tipologia => tipo
  • utilizzare => usare
  • vi sono => ci sono
  • visionare => vedere

Nell’elenco non riporto i termini sorpassati e che compaiono solo nelle poesie («speme, mi rimembro») perché, è quasi inutile specificarlo, non vanno mai usati negli scritti più diffusi e, a mio avviso, non andrebbero usati nemmeno se state scrivendo una poesia moderna.

Come nella scuola, così nella vita

Uno dei danni peggiori che le scuole causano agli studenti è il fatto di complicare la lingua italiana. Per esempio, gli insegnanti correggono spesso gli alunni perché usano parole come «arrivare, aspettare» invece di «giungere, attendere». I termini «ragazza, andare, comprare» sono troppo comuni: vanno cambiati con «fanciulla, recarsi, acquistare».

Il sigificato è esattamente identico, ma per qualche motivo i maestri trovano che le prime forme siano disgustose, troppo colloquiali: meglio usare termini più nobili e ricercati, perché dopotutto è questo che hanno fatto i poeti e i letterati più famosi. Giusto?

No, sbagliato. Anzi, mi viene da aggiungere un “terribilmente” sbagliato. Questo modo di vedere la grammatica continua a complicarci inutilmente la vita; e di certo non vale la pena di copiare uno stile antico per adattarlo al moderno.

Il tormento per un aspirante scrittore

Per gli scrittori in erba è un tormento, perché inizieranno a scrivere le prime opere con un linguaggio complesso; poi a distanza di anni, quando avranno acquisito più esperienza, le rileggeranno e si renderanno conto che persino loro le trovano pesanti.

Credo che sia capitato a tutti, e io non faccio eccezione. Ricordo molto bene i primi libri che scrivevo, quando sfogliavo di continuo il dizionario dei sinonimi per cercare dei termini più adatti perché suonavano “troppo semplici”. Ricordo di aver persino completato una corposa trilogia (mai pubblicata) prima di rendermi conto dell’errore.

Per fortuna, circa un decennio fa ho deciso di inviare una delle mie opere a un concorso (ed ecco l’importanza di partecipare ai concorsi), dove giustamente me l’hanno bollata come «buona nella trama e nella costruzione, ma un po’ troppo ampollosa». Il problema era lì: ampollosa, cioè pesante da leggere.

Quella critica è stata una specie di rivelazione, ma nonostante avessi capito quale fosse il problema, devo ammettere che non è stato per niente facile cambiare lo stile di scrittura, che appunto mi ero trascinato a lungo sin dai tempi della scuola. Ancora oggi qualche volta mi viene il dubbio di usare dei termini troppo semplici e mi chiedo se varrebbe la pena di cambiarli… Poi mi ricordo di quel termine particolare, «ampollosa», e il dubbio scompare.

Il tormento per un lettore

Come dicevo, il problema non riguarda solo gli scrittori. Basta solo accennare a tre campi con cui abbiamo a che fare tutti i giorni:

  • il “burocratese”: voi riuscite a capire fino in fondo una legge dopo averla letta una volta? O il risultato di una sentenza pronunciata dal giudice? E le notifiche che vi arrivano dal vostro Comune? Se voi riscriveste quelle righe, non riuscireste forse a condensarle in un terzo della lunghezza?
  • il “politichese”: i politici amano infarcire i discorsi con termini complicati — in gran parte dei casi per impedire ai cittadini di capire che, in fin dei conti, non stanno dicendo niente di nuovo.
  • le prescrizioni mediche: sarebbe tanto difficile scrivere in modo che anche il paziente possa capire e non soltanto il medico a cui è destinato il foglio (che, per inciso, a volte non riesce a capire lui stesso fino in fondo cosa il collega ha scritto: anche qua lo cito per esperienza personale)?

Immagino che in questo momento vi stia salendo un’obiezione nella testa: «Tutto giusto, in genere meglio essere semplici che complicati. Ma dipende sempre dal contesto e da cosa si sta scrivendo».

L’obiezione è valida fino a un certo punto. Prendiamo un testo scientifico: che l’argomento venga spiegato con termini complicati o semplici il succo non cambia, a parte il fatto che il lettore preferirebbe senza dubbio il secondo. Infatti non stiamo leggendo il libro per imparare a leggere, lo stiamo sfogliando per saperne di più sull’argomento.

Ognuno di noi può portare degli esempi personali. Ricordo molto bene, per esempio, come fosse complicato il libro di diritto giuridico che ero costretto a studiarmi a scuola. Quando l’insegnante lo spiegava a voce, tutto diventava improvvisamente chiaro: non sarebbe più semplice che già nel libro ci fosse quella stessa spiegazione?

Se il lettore non capisce un testo, la colpa non è sua: è nostra, perché non sappiamo spiegarci come si deve.

Meglio semplice che complicato

Quello che a scuola non si impara

Non bisogna mai fare di tutta l’erba un fascio, ma la tendenza a scuola è di appesantire la mente degli studenti. L’errore parte già dai libri scolastici, dove a volte le frasi da studiare sono messe in una forma così contorta che lo studente è costretto prima a interpretarle, poi a rileggerle e infine a impararle. Sembra che l’autore faccia apposta a ingarbugliare le parole per mettere l’alunno in difficoltà.

Il secondo errore parte invece dagli insegnanti, che nei temi e negli esami correggono le parole “semplici” perché suonano meno bene degli stessi termini “complicati”. È uno sbaglio enorme. Il giovane studente crescerà convinto che le parole semplici siano sempre da evitare, quando al contrario dovrebbero essere la regola, mentre i termini ricercati dovrebbero essere l’eccezione.

Se una parola esiste sul dizionario e non è fuori luogo per l’argomento da trattare, perché non può essere usata?

L’antilingua per Italo Calvino

Quanto ho detto finora non è tutta farina del mio sacco, naturalmente. Ci sono stati dei famosi letterati che hanno speso fiumi di parole per condannare l’uso complicato della lingua italiana.

Italo Calvino aveva scritto un meraviglioso articolo nel 1965, intitolato L’antilingua, dove un brigadiere ascoltava le parole di un interrogato e le trascriveva a macchina cambiando le parole con termini complessi. Vi copio qua sotto una parte del dialogo:

[…] [Interrogato]: «Stamattina presto andavo in cantina ad accendere la stufa e ho trovato tutti quei fiaschi di vino dietro la cassa del carbone. Ne ho preso uno per bermerlo a cena. Non ne sapevo niente che la bottiglieria di sopra era stata scassinata».

[…] [Brigadiere]: «Il sottoscritto, essendosi recato nelle prime ore antimeridiane nei locali dello scantinato per eseguire l’avviamento dell’impianto termico, dichiara d’essere casualmente incorso nel rinvenimento di un quantitativo di prodotti vinicoli, situati in posizione retrostante al recipiente adibito al contenimento del combustibile, e di aver effettuato l’asportazione di uno dei detti articoli nell’intento di consumarlo durante il pasto pomeridiano, non essendo a conoscenza dell’avvenuta effrazione dell’esercizio soprastante»

Per Calvino l’antilingua è una lingua falsa, sbagliata, inutilmente complicata, altezzosa. È il segno che lo scrittore vuole distanziarsi dai lettori per apparire su un piedistallo.

Nella migliore delle ipotesi, ascoltarla fa strappare un sorriso. Nella peggiore, rende il testo incomprensibile e spinge a chiudere il libro e a buttarlo nella spazzatura.

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