Scrivere correttamente: gli errori grammaticali più comuni e le parole pericolose della lingua italiana

Libri in libreria

Un tempo l’analfabetismo era alto perché l’accesso alla conoscenza era limitato. Oggi, soprattutto grazie al web, non ci sono più scuse per l’ignoranza [@01]

Per chi cerca di pubblicare un libro o un racconto, scrivere bene non è un’opzione: è una regola da seguire. I lettori si infastidiscono facilmente davanti agli errori grammaticali più evidenti, senza contare che un testo sgrammaticato sminuisce il valore dell’autore agli occhi del pubblico.

La regola d’oro: controllare, rileggere e far leggere ad altri

Quando terminate di scrivere un’opera dovreste sempre seguire questi passaggi:
1. Eseguire il controllo grammaticale che è ormai in dotazione in tutti i programmi di editor. L’operazione smaltisce un po’ di errori di base, ma non è sufficiente: se scrivete una parola sbagliata ma presente nel dizionario, il controllo non ve la segnalerà.
2. Rileggervi l’intero libro almeno una volta per sistemare a mano gli errori rimasti.
3. Far leggere il libro a uno o più conoscenti per trovare gli errori che (sicuramente) vi sono sfuggiti.

Scrivo libri e articoli da anni e vi posso assicurare che anche seguendo i tre passaggi, la probabilità che restino comunque degli errori è alta. Per cui è il caso di ridurre il più possibile le scorrettezze: il lettore è disposto a lasciar correre una o due disattenzioni, ma quando ne trova quattro o cinque comincerà a farsi due domande sulla nostra competenza.

Ho stilato un elenco di alcuni tra gli errori grammaticali più comuni e le parole più insidiose della lingua italiana, che provvederò ad aggiornare quando mi verrà in mente qualcosa di nuovo. Non si tratta di un prontuario o di un corso per imparare la grammatica: è una lista per chi ha dei dubbi o vuole delle conferme.

Se avete qualche altro «errore comune» da segnalarmi, lasciate pure un commento: se rientra tra gli elementi da elencare, lo inserirò (con i miei ringraziamenti).

Errori grammaticali più comuni

Ha, ho, hanno

Ha, ho e hanno sono verbi. Se togliamo la acca iniziale, non sono più verbi: diventano congiunzioni nei primi due casi e il sostantivo «anno» nell’ultimo caso.

Esempi:

  • ho preso 7 in matematica
  • andiamo a casa o al bar?

C’è, ce

La differenza sostanziale è che il primo richiama il verbo essere, mentre ce è un complemento di luogo: significa «noi, a noi» e non ha niente a che vedere con le forme verbali.

Esempi:

  • ce l’abbiamo
  • c’è una macchina in sosta vietata

Né, ne

(con l’accento) rafforza una negazione, mentre ne (senza accento) è una particella che si riferisce a un elemento sottointeso o di cui si è appena parlato.

Esempi:

  • non voglio il pane né i grissini
  • grammatica? Ne parli come se fosse un mistero [il ne è riferito a “grammatica”]

Un e l’apostrofo

Un non va apostrofato davanti alle parole maschili, ma solo davanti a quelle femminili. Mentre gli articoli determinativi (tipo il) possono essere apostrofati indifferentemente dal genere del sostantivo.

Esempi:

  • un’anatra, un albero
  • l’anatra, l’albero

Po’ va con l’apostrofo

Po’ (con l’apostrofo) è il troncamento di «poco». Senza apostrofo ha senso solo come nome proprio del fiume Po.

Esempi:

  • dammi un po’ di zucchero
  • oggi ho fatto una passeggiata sulla riva del Po

Sì va con l’accento

Il dell’assenso (cioè l’opposto del «no») si scrive con l’accento. Senza accento è invece una particella pronominale.

Esempi:

  • , sono stato io
  • si chiama Andrea

Se, sé e se stesso

Il se senza accento è una particella pronominale. Il invece è un pronome riflessivo. Da notare che quando si trova davanti a «stesso, stessa, stesse, stessi» il sé può essere scritto senza accento.

Esempi:

  • secondo me se l’è presa
  • è un uomo pieno di
  • la colpa è di se stesso [senza accento]

Qual è

Qual è si scrive senza apostrofo.

Esempi:

  • qual è stato il tuo ultimo discorso?

Da’, di’, fa’, sta’, va’ || dà, dì || fa, sta, va

Da’, di’, fa’, sta’ e va’ (quindi con l’apostrofo finale) sono tutti verbi imperativi.
Il presente invece si costruisce con (con l’accento), fa, sta e va.
Le seguenti invece sono preposizioni e non hanno niente a che fare con i verbi: da, di. Il (con l’accento) indica invece il sostantivo «giorno».

Esempi:

  • da’ quell’osso al cane [verbo imperativo: è un ordine]
  • Ross tutto se stesso nell’esame, sta cercando di laurearsi [verbi al presente]
  • sono andato da Monica [preposizione]
  • l’altro sono stato al mare [sostantivo = giorno]

Di apostrofato

Di va apostrofato soltanto davanti a parole con iniziano per «i».

Esempi:

  • sei pieno d’iniziativa
  • abbiamo un viale colmo di alberi

Niente doppia zeta se finisce in -zione

Le parole che finiscono in -zione non hanno mai la doppia zeta.

Esempi di parole:

  • azione
  • protezione
  • attenzione

Ciò nonostante e le sue varie forme

Ciò nonostante si scrive con l’accento, ma esiste anche la versione attaccata priva di accento: ciononostante.
La versione più corretta sarebbe con la «doppia n», cioè cionnonostante, perché nella lingua modello vuole il raddoppiamento fonosintattico dopo di sé: ma è raramente usata.
[grazie a Remo per la precisazione sulla «doppia n»]

Parole italiane insidiose

Di seguito inserisco in ordine alfabetico un elenco delle parole più difficili, insidiose, che si dovrebbero imparare a memoria più che ragionarci sopra.
In realtà, in diversi casi è sufficiente prestare un po’ di attenzione: le parole che si riferiscono all’ambito scientifico, per esempio, hanno tutte la «i» dopo la «c»…

  • Aeroporto
  • Beneficenza
  • Conoscenza
  • Cosciente
  • Deficiente
  • Efficiente
  • Meteorologia
  • Scientifico
  • Scienza
  • Sufficiente


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