La questione della privacy e della sicurezza su Facebook

Facebook e Zuckerberg

Facebook contiene i dati di milioni di persone, che possono essere requisiti con un’ordinanza del governo

Che Facebook sia un rischio per la privacy  (e la sicurezza) degli utenti, è facilmente intuibile. Gli utenti dei social network in generale, spesso si preoccupano poco di diffondere informazioni personali, che possono andare dai semplici nome e data di nascita al più invasivo numero di telefono.
Il motivo? I social network sono “terra a terra”, gli amici vengono scelti di persona e pertanto si ritengono più affidabili rispetto alle vere persone incontrate per strada, anche se è noto che gran parte degli “amici” sono in realtà dei meri sconosciuti.

Julian Assange, fondatore del famoso Wikileaks (sito nel quale sono state diffuse informazioni top-secret, che gli hanno valso l’antipatia soprattutto del governo USA), rincara la dose. In un’intervista a Russian Today, che potete leggere a questo indirizzo (in inglese), dichiara apertamente che Facebook è diventata l’arma più efficiente per lo spionaggio governativo.

Facebook? Secondo Assange, è un’arma di spionaggio governativo

Cosa significa, in poche parole? Immaginate di avere accesso a un elenco degli utenti d’Italia e che per ognuno di essi abbiate a disposizione, con pochi click, i loro nomi, indirizzi di casa, studi e lavori all’attivo. Fino a qui è uno scenario per niente nuovo. Ormai i curriculum vengono diffusi ovunque, alcuni siti web richiedono i dati personali per la registrazione, senza contare che basta recarsi al comune di residenza per avere una panoramica completa.

Ma Facebook permette di andare ben oltre ai dati immediatamente “visibili”. Chi cerca per necessità (o per professione) può rintracciare gusti, relazioni personali, credo religioso e persino farsi un’idea piuttosto precisa del carattere di un utente. Inoltre tiene il log delle conversazioni (la bacheca). Dalle foto dei contatti diretti, dove compare il soggetto, si può capire dove fosse a una certa ora e cosa stesse facendo.

Facebook è un importante strumento di controllo (inteso come “ispezione”), reso ancora più potente dal fatto che gli utenti stessi non ci fanno caso e spesso si lasciano sfuggire commenti e informazioni improprie. Consideriamo, per esempio, il caso dei licenziamenti da lavoro dovuti a un commento fuori posto a una propria giornata storta: per la legge è da considerarsi licenziamento per giusta causa.

Gran parte di queste informazioni è inacessibile agli esterni, cioè a coloro a cui non si è data l’amicizia. Modificando dovutamente i parametri di privacy, i “forestieri” non possono visitare i nostri link e le nostre foto.
Il fatto è che, in casi (più o meno) eccezionali, la polizia di Stato o le agenzie governative possono richiedere i tabulati degli utenti che sono di norma tenuti privati sui server dell’azienda. Questo significa che se siete sospettati di gravi infrazioni o lo sono le persone a voi vicine, il governo può mettere le mani sui vostri log, sui vostri commenti e sulle vostre immagini.

Le conseguenze sono duplici e completamente opposte:
1) eventuali terroristi e criminali occasionali o professionisti sono tenuti strettamente sotto controllo. Con un po’ di lavoro e un po’ di fortuna, è possibile carpire informazioni importanti sulla data e le modalità del reato (anche per vie traverse).
2) la privacy dell’utente è chiaramente compromessa. Il governo può agire a sua discrezione sul cittadino, prendendo anche quello che “pensa” potrebbe rivelarsi utile.

Facebook è solo uno dei tanti esempi, che può essere naturalmente esteso alle grandi aziende come Google, detentore di importanti dati personali: le chiavi ricercate e i propri gusti personali.

In definitiva, Assange non ha detto niente di nuovo. Ma visto lo scalpore che il fondatore di Wikileaks ha provocato in questi tempi, la sua voce potrebbe sollevare qualche movimento di protesta.

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