Imperatore del Giappone - Palazzo imperiale di Tokyo

Il 1 maggio 2019 in Giappone salirà al trono un nuovo imperatore. Nascerà una nuova Era nel calendario, con il rischio di innescare una specie di millennium bug [@01]

Può un uomo costringere un’intera Nazione a cambiare il suo calendario, al punto da spingere i computer di tutto il mondo ad adattarsi? Sì, se la decisione di quest’uomo è legata alle tradizioni, soprattutto se ci troviamo nel Paese del Sol Levante, dove le usanze sono una cosa seria.

Tra il 30 aprile e il 1 maggio 2019 l’imperatore del Giappone lascerà il posto a un nuovo erede. Uno dei calendario giapponesi, chiamato «nengō», prevede una suddivisione di Ere basate sui regni degli imperatori: quando sale al trono un nuovo regnante, inizia un’altra Era.

Fino a oggi questa divisione del calendario non ha mai dato problemi, si trattava soltanto di adattarsi, ma con l’avvento del computer la situazione cambia. L’attuale era Hesei è iniziata nel 1989 con la salita dell’imperatore Akihito: a quel tempo non c’era nessuno a preoccuparsi di cosa sarebbe successo ai pc al successivo cambio di imperatore. Semplicemente i sistemi non sono stati tarati per riconoscere la futura Era (visto che, tra l’altro, il suo nome non si sa ancora). Di conseguenza alcuni servizi delle poste, delle banche e dei governi locali in Giappone che sono strettamente legati all’Era attuale rischiano di andare in tilt e di bloccarsi.

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America - Innalzamento livello dei mari

L’innalzamento del livello dei mari minaccia di sommergere e danneggiare le infrastrutture di internet, causando un blocco in aree importanti del pianeta [@01]

Lo abbiamo visto in un altro articolo che internet non è fatto “di aria”, ma di una rete di cavi fisici che diffondono il segnale in tutto il mondo. Non mi sto riferendo alle linee che scorrono nella vostra città e che, se danneggiate, possono essere più o meno facilmente riparate: sto parlando di cavi importanti che, per esempio, mettono in comunicazione l’Europa con l’America. Se tagliamo questi cavi, abbiamo un bel problema.

Distruggere con un attacco terroristico tutti questi cavi (e quindi abbattere internet a livello globale) è praticamente impossibile, visti i controlli e la loro disposizione, affidata tra l’altro ad aziende diverse. Ma non c’è soltanto il fattore umano a preoccupare gli esperti, perché anche la natura ci mette lo zampino – anche se, indirettamente, potremmo essere comunque noi la possibile causa.

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Acqua liquida su Marte - Schema

Grazie al radar della sonda Mars Express e ad anni di analisi si è avuto la conferma che al Polo Sud di Marte è presente un lago d’acqua allo stato liquido [@01]

È tutto italiano il radar che ha messo finalmente in luce le prove di un lago di acqua liquida presente su Marte! Grazie alla sonda Viking della NASA, eravamo a conoscenza già nel 1976 che Marte fosse stato un tempo coperto di mari e di laghi, e in seguito abbiamo capito che buona parte dell’acqua è stata spazzata via dal vento solare o si trova sotto forma di ghiaccio nelle calotte.

Ma non si erano mai trovate delle conferme assolute su dove potesse essere finito il resto. Adesso lo sappiamo con una relativa certezza: il rimanente è stato convogliato in profondità. Il lago copre un’area di circa 20 km2 e si trova a 1,5 km sotto il Polo Sud del pianeta. Vista la temperatura, che si attesta sui -68 °C, per mantenersi in stato liquido l’acqua deve essere molto salata. Ancora non sappiamo la reale profondità, ma si stima che possa contenere almeno 10 miliardi di litri d’acqua.

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Bambina abbraccia bambino seduti nel prato

In Danimarca l’empatia viene insegnata ai bambini come materia scolastica, svolgendo attività in gruppo e imparando ad affrontare i proprio problemi con gli altri [@01]

Il Treccani definisce l’empatia come:

La capacità di porsi nella situazione di un’altra persona o, più esattamente, di comprendere immediatamente i processi psichici dell’altro.

Dietro a questa definizione si trova un mondo tutto da esplorare, perché se c’è una cosa che l’essere umano fatica a fare è proprio mettersi nei panni degli altri. La mancanza o la scarsità di empatia è alla base di gran parte dei problemi sociali (moderni e passati) e la tecnologia, che è sempre più integrata in noi, sta aumentando il nostro senso di “distacco” verso il mondo che ci circonda.

Insegnare l’empatia? Si può e si deve fare

La predisposizione a mettere se stessi al di sopra degli altri è genetica, innata, legata alla sopravvivenza del proprio sangue, ma lo è anche la capacità di provare empatia. L’empatia dipende molto dall’ambiente in cui viviamo e può essere dimenticata o appresa.

È su questa idea che si è sviluppata in Danimarca una vera materia scolastica dedicata a insegnare ai bambini il concetto di «empatia», o per meglio dire il senso pratico di empatia. Sulla base è molto semplice: il bambino impara a interagire con un gruppo e a capire gli altri, cioè a essere parte di qualcosa che non comprenda solo se stesso.

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Primo piano di un occhio azzurro di donna

Un collirio di nanogocce promette di correggere i difetti di miopia e ipermetropia, facendoci dire addio a fastidiosi occhiali e alle lenti a contatto [@01]

Un’app dello smartphone, un colpo di laser del medico e un flacone di nanogocce: bastano questi ingredienti per dire addio ai difetti della vista e alle lenti a contatto.

I ricercatori dello Shaare Zedek Medical Center e della Bar-Ilan University (Israele) hanno testato questo metodo innovativo sui suini e sono riusciti a correggere la miopia e l’ipermetropia, per cui ci si aspetta la sperimentazione sull’essere umano entro fine 2018.

Come funziona il collirio?

Funziona così: il medico usa l’app di uno smartphone per misurare la rifrazione dei vostri occhi. Quindi usa un laser per proiettare sulla superficie della cornea dei lievissimi solchi, operazione che richiede pochi secondi. Da questo momento in poi, vi basterà usare delle nanogocce sull’occhio per “riempire” i piccoli solchi creati dal laser, come se stesse usando un normale collirio.

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Ape succhia il nettare da fiore giallo

Una ricerca ha dimostrato che le api sanno capire il concetto di zero. Si uniscono quindi ad altre specie animali come i pappagalli, i primati e i delfini [@01]

Per contare serve la logica e il senso dello spazio. Nel caso dello zero, però, si richiede qualcosa in più: è un concetto più astratto, che indica l’assenza, il vuoto e il nulla. Ecco perché i bambini umani devono aspettare fino ai 4 anni d’età per iniziare a capire cosa significa davvero il «nulla».

Una ricerca portata avanti da un team internazionale coordinato da Scarlett Howard e in cui faceva parte, tra le altre, l’Università di Melbourne (Australia) ha dimostrato che anche le api sono capaci di comprendere il significato dello zero. E le api hanno appena un milione di neuroni: niente in confronto ai nostri 86 miliardi di neuroni, che ci hanno comunque obbligato ad aspettare migliaia di anni prima di mettere nero su bianco cosa significhi davvero lo “zero”.

Come si è svolta la ricerca

Una domanda naturale è: come hanno fatto i ricercatori a capire che le api conoscono lo zero? Sapevamo già che altre specie animali sanno contare e hanno il concetto di assenza: i primati, i delfini e i pappagalli sono tra queste.

Il concetto di maggiore e minore

Gli scienziati hanno dovuto organizzare un test complicato per studiare le api. Innanzitutto hanno messo dei riquadri bianchi su un muro, ciascuno con varie forme nere sulla sua superficie (da 2 a 5 forme). Dopodiché hanno premiato le api quando volavano sui riquadri con un numero più grande di forme.

Si è capito quindi che le api comprendono il concetto di «minore» e «maggiore»: di per sé è già un risultato notevole, se la differenza tra due numeri è molto piccola (mentre è più facile intuirlo quando la differenza tra due riquadri è tanta).

Il test con un riquadro vuoto

Fatto questo test iniziale, sono stati aggiunti due riquadri sconosciuti che contenevano una forma e, l’altro, nessuna forma. Le api hanno sempre scelto senza esitare i riquadri che contenevano qualcosa ed erano ancora più rapidi nella scelta quando la differenza tra zero e “qualcosa” era alta.

Proprio il fatto che la reazione diventava più rapida quando il confronto era tra il riquadro vuoto e un riquadro con molte forme, fa capire che non è soltanto una scelta tra niente e qualcosa: le api effettivamente si rendono conto che lo zero è un numero e che è il minore di tutti gli altri.

Può sembrare un concetto base da apprendere, ma come spiegato a inizio articolo l’essere umano inizia ad afferrarlo soltanto dopo i 4 anni. È facile immaginare che molti altri preconcetti che abbiamo sulla mente degli animali siano sbagliati e che, in fin dei conti, non siano così “primitivi” come tendiamo a immaginare.

Fonti principali


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Dracula Simia e orangutan

La Dracula simia è una specie di rara orchidea il cui aspetto ricorda la faccia di una scimmia. Apprezzata dai botanici, coltivarla è comunque molto difficile [@01 e @02]

La “composizione” di foto qui sopra dovrebbe darvi un’idea della somiglianza tra la Dracula simia e la faccia di un orangutan, motivo per cui al fiore è stato dato il nome evocativo.

La Dracula simia è una rarissima specie di orchidea che cresce nella foresta pluviale dell’Ecuador e del Perù, a ben 2000 metri sul livello del mare. L’essere umano è maestro nel riconoscere volti nascosti nel mondo che lo circonda, ma al di là della somiglianza con la faccia di una scimmia troviamo anche un’altra particolarità: le punte estreme che ricordano i canini di un vampiro.

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Self-driving car - Auto che si guida da sola

Il problema del traffico è dato dal comportamento umano e dalle distrazioni del conducente. Le auto che si guidano da sole saranno la soluzione nel prossimo futuro [@01]

A parte spingere la gente a usare i mezzi pubblici, sembra proprio che al traffico non ci sia soluzione. Abbiamo provato con i semafori e con le rotonde, con i sensi unici e con l’apertura di nuove strade parallele. Ma il numero delle auto cresce e muoversi in città (o per andare in vacanza) diventa sempre più un’impresa. Siamo destinati a vivere con l’ansia di essere bloccati in coda?

Forse no. Il problema del traffico è il comportamento dei guidatori, che si distraggono e non sono sincronizzati tra loro. Il video qua sotto lo spiega molto bene (se vi sfugge qualcosa, su YouTube ha anche i sottotitoli in italiano).

La soluzione? Le «self-driving car», le auto che si guidano da sole senza conducente. Oggi hanno ancora dei problemi da risolvere, ma se in futuro diventeranno uno stardard potremmo dire addio al traffico e allo stress. E magari concederci un sonnellino durante il tragito da casa al lavoro…

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Janken - Robot che vince sempre alla morra cinese

Janken robot riesce a vincere il 100% delle volte al gioco della morra cinese contro un avversario umano. Il segreto? Prevede la gestualità umana e l’anticipa [@01]

I ricercatori dell’Università di Tokyo sono riusciti a costruire un robot capace di vincere il 100% delle volte a sasso-carta-forbici, o «morra cinese», un gioco che in giapponese viene chiamato «janken». Da qui il nome dell’automa: Janken (rock-paper-scissors), abbreviato in «Janken robot».

Per chi non lo conoscesse, la morra cinese è un gioco molto semplice in cui due avversari presentano in contemporanea un gesto con la mano che sta a indicare uno tra i tre simboli permessi: sasso, carta o forbici. Il sasso batte le forbici, le forbici battono la carta e la carta batte il sasso. Se entrambi presentano lo stesso gesto, il tiro a sorte si ripete [per dettagli vedete il link nelle fonti più sotto].

Se il gioco è semplice, prevedere il risultato non lo è altrettanto. Tra esseri umani che non si conoscono le probabilità di vittoria sono il 50% per la prima tirata a sorte, mentre chi conosce l’avversario potrebbe aumentare le sue probabilità a favore sfruttando le debolezze dell’altro. Ma Janken robot non sbaglia un colpo e ottiene sempre una vittoria.

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Bicchiere di vino e lingua straniera

Secondo alcune ricerche universitarie, una piccola dose di alcol aiuta a parlare in modo più fluente una lingua straniera, anche se l’avete appena studiata [@01]

Dovete parlare in una lingua straniera che conoscete poco o approcciarvi con un madrelingua? Provate prima a buttare giù un bicchiere di vino.

La leggenda secondo cui si parlerebbe meglio una lingua straniera dopo aver assunto dell’alcol sembra trovare fondamento in almeno due ricerche, una pubblicata sul sito della NCBI che ha valutato gli effetti dell’alcol sulla linguistica e una pubblicata sul Journal of Psychopharmacology dove viene presentato un esperimento sul campo.

I test sul campo

Il primo test è avvenuto su alcuni individui ungheresi, incaricati di ripetere uno scioglilingua in una lingua straniera. Coloro che avevano assunto delle piccole quantità di alcol hanno avuto difficoltà nel ripetere lo scioglilingua nella propria lingua nativa, mentre se la sono cavata molto bene nel ripeterlo nella lingua straniera.

Il secondo test ha coinvolto invece degli studenti tedeschi, che hanno frequentato un corso di olandese e che si sono dovuti interfacciare con un madrelingua olandese. Chi aveva assunto una piccola dose di bevanda alcolica ha dimostrato un risultato migliore di chi, al contrario, aveva trangugiato una bevanda analcolica.

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